giovedì 3 luglio 2008

IL SERGENTE NELLA NEVE - Mario Rigoni Stern

E' il 1943. Sulle rive di un Don congelato una domanda: "Ghe rivarem a baita"? Un ragazzo di 22 anni è tra i pochi che ritornano, tra decine di migliaia di morti. E racconta. Di neve, di freddo, di vento, di steppa gelata, di infiniti passi nel niente, di spari, di sangue, di fame e paura. Con un realismo semplice e secco. Così è. Questo è stato.
In una guerra che non gli appartiene, voluta da due deficienti capaci di impartire ordini assurdi e sciagurati (peraltro obbediti!) dalle comode e calde stanze di Roma e Berlino.
22 anni. A piedi. In Russia. In inverno. Verso la baita di Asiago. In un deserto di ghiaccio dove sopravvive grazie al calore delle isbe (case) ed al cibo che gli viene offerto da quelle persone che dovrebbero essere il "nemico", il popolo invaso.
"Corro e busso alla porta di un'isba. Entro.
Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz'aria. - Mnié khocetsia iestj, - dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C'è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d'ogni mia boccata. - Spaziba, - dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. - Pasausta, - mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell'ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.
Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev'esservi stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell'isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i mambini un'armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di più del rispetto che gli animali della foresta hanno l'uno per l'altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere".
E poi ancor più il vuoto dentro. I compagni morti, la solitudine, la fatica, il dolore ...
"Questo è stato il 26 gennaio 1943. I miei più cari amici mi hanno lasciato in quel giorno".
Un racconto da leggere, da pensare, da ricordare.

2 commenti:

Nik ha detto...

Hai visto anche lo spettacolo di Paolini? Merita.

Simona ha detto...

Ebbene sì. "Il Sergente" è un capolavoro, ispirato ad un altro capolavoro! Ho a disposizione il DVD ... posso "replicare" a piacere. Interessa?