lunedì 9 maggio 2016

PARIS KEBAB - Marco Trucco

Un romanzo crudo, trama attualissima.
Protagonista e narratore è un ragazzo, un giovane fratello islamico. Allontanato dallla famiglia ancora bambino, lascia il Marocco. Viene raccolto e protetto ad Algeri da un Imam, che dopo averlo istruito lo invia in Francia.
Raggiunge Parigi, giovane adulto duro e deciso, ingenuo e sprovveduto.

Protagonista di questo lucido ed intenso romanzo è anche la guerra totale dell'Islam, con la sua "organizzazione internazionale [...] al di sopra degli Stati e delle Istituzioni".
Una guerra spietata, come tutte le Guerre, ma diversa nelle modalità di azione, perché l'esercito di questo Stato si muove nell'ombra, mescolandosi alla gente comune, in tutto il Mondo.
Una guerra con le sue ragioni e le sue contraddizioni, i suoi pretesti che servono a convincere e reclutare la truppa. Ed i suoi generali e strateghi che non si sporcano le mani e una coscienza non ce l'hanno.
Vittime e carnefici si sovrappongono fino a coincidere, e rappresentano due facce di una stessa medaglia, due volti di una stessa persona. 

Narrazione impietosa e distaccata, che coglie la molteplicità di sentimenti che muovono le persone. Interessante il punto di vista di un giovane islamico a Parigi, che vive e fa rivivere la sua storia passata e presente. Interessanti le sue ingenue riflessioni, le sue spinte emotive e concrete.

Questo racconto a cavallo tra realtà e fantasia propone a chi legge una riflessione sulle motivazioni e le spinte che inducono i singoli ad agire per conto proprio o di altri, apre interrogativi sul rapporto tra l'individuo e l'organizzazione, lo Stato, la comunità cui appartiene o sente di appartenere. 
E' interessante da questo punto di vista. 

"Lungo la strada non facevo altro che pensare [...] al valore che hanno gli affetti se sull'altro piatto della bilancia si pesano denaro e benessere".

"E' sorprendente come si cerchi nel disagio ciò che al contrario è organizzazione e metodo. I margini della società per gli occidentali sono il seme della morte; lo sconosciuto, uno spettro. Nella familiarità non guardano, non vedono grazie al velo di Allah.
Ci vorrà molto tempo prima che capiscano che bisogna alzare lo sguardo e guardare dritto negli occhi quelli che sembrano porci come loro."

"Quando non capisci e tutto ti precipita attorno, stai veramente male. Ti viene da impazzire, il tuo cervello vuole andarsene, non è un grado di comprendere il perché di tutto ciò che ti sta succedendo".  

"Cosa vuoi raccontare! Siete tutti uguali, parlate di pace e uccidete per il denato e il potere. Bush e Bin Laden dicono la stessa cosa, vogliono eliminare il male nel mondo. Cos'è il male se non l'uomo che compie gesti efferati nei confronti di un altro uomo?"

"Cosa resta di noi, se non il ricordo di ciò che siamo sembrati agli altri? Ideali, religione, pelle e sapere sono solo dettagli che ci paiono montagne e costruiscono il concetto di differenza tra uomo e uomo." 

"Comprendeva come fosse necessario offrire qualcuno da odiare. Doveva cercare di dare un nemico da combattere ai media [...]"
 
Il male che genera male, in un circolo vizioso per interrompere il quale serve un punto di vista diverso, una chiave di lettura completamente nuova. Che sembra non voler essere cercata. 

Qualche refuso nel testo, qualche errore di stampa, che non impedisce comunque di apprezzarlo. 

Un romanzo di piacevole e scorrevole lettura, nonostante e forse proprio per, il contenuto non facile da affrontare.








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