martedì 30 agosto 2016

I FUOCHI DELL'AUTUNNO - Irene Némirovsky

Intenso e disincantato romanzo.
Piccola borghesia francese, 1912. I progetti di vita di ragazzi vengono spazzati via o trasformati in sogni di eroismo nel 1914.
La Grande Guerra uccide, oppure cambia le persone. L'orrore senza mediazione sostituisce gli ideali con la rassegnazione, il cinismo, l'illusione di un riscatto facile, di scorciatoie verso un successo vacuo. 
Tra le due guerre Bernard, giovane tornato vivo ma corrotto dalla prima segue divertimento, piacere, denaro.
Thérèse, sua amica di infanzia, rimane lontana dal delirio di potere e dissolutezza che riconosce attorno a sé, e diventa il suo punto di riferimento, amato e nel contempo odiato approdo sicuro. 
Una nuova guerra, una nuova partenza verso un futuro che sa essere spietato e inutile. Verso una sconfitta prevista e preparata negli anni precedenti da chi aveva accantonato ogni scrupolo, ogni desiderio di costruire un futuro solido per sé e la propria Nazione, rinunciando a qualsiasi principio morale ed etico per rincorrere il successo facile. 
Azioni sconsiderate che si ritorcono contro un'intera Nazione. 
Una guerra che uccide, cambia, divide, a volte ricongiunge nel dolore. 

Attualissimo questo romanzo scritto nel tra il 1941 e il 1942 dall'autrice deportata pochi mesi dopo e quasi subito uccisa ad Auschwitz, e pubblicato postumo. 
Con sgomento si sente che potrebbero essere state scritte oggi molte delle parole che vi si leggono.  

"Ma questa p l'ultima. E poi sapete che non è una guerra come le altre. E' una guerra per la pace. E' una cosa ammirevole, che non s'è mai vista" (1914)

"E' questa la cosa grave. Eravamo uomini. E dal momento che non possiamo diventare macchine e non siamo più uomini, ci sentiamo regredire fino a tornare selvaggi, animali. Com'è che dicono? - Non serve a niente cercare di capire. Bisogna non pensarci - Bisogna abbruttirsi, insomma!" Bisogna tendere a questo" disse a sé stesso [...] . 

"I tedeschi avanzavano ancora. Era la guerra. Questa enorme ferita sul corpo del mondo aveva fatto colare fiumi di sangue generoso. A quel punto si poteva già indovinare che quella ferita non sarebbe guarita facilmente e che la cicatrice non sarebbe stata certo bella".

"Hanno democraticizzato il vizio e standardizzato la corruzione. Tutti sono diventati furbastri, truffatori, profittatori. E poi ... un ingorgo nel quale i colpevoli soffrono proprio come tutti gli altri. C'è una sorta di amara e ironica giustizia in tutto quel che sta accadendo. E' ironico e terribile". 

"Ciascuno di noi, all'improvviso, si ritrova ad avere un solo compagno, sé stesso"



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