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giovedì 12 maggio 2016

AVVENTURE DELLA RAGAZZA CATTIVA - Mario Vargas Llosa

Ricardo ha 15 anni, nel 1950. E' un adolescente peruviano che si appresta a vivere l'estatqe "più favolosa di tutte", e che si innamora di una ragazza sensuale e misteriosa, la cilena Lily, che si accompagna con lui senza mai accettare di diventare davvero la sua fidanzatina fino al giorno in cui improvvisamente lei non da più notizie di sè.
Dieci anni dopo Ricardo è in Francia alla ricerca di un lavoro, con l'unica ambizione di "morire vecchio a Parigi". 
Qui incontra Arlette, aspirante rivoluzionaria di passaggio diretta a Cuba. Il copione si ripete. Lei si concede a lui, ma non gli dice mai di sì.
La niña mala, la ragazza cattiva, abbandona nuovamente Ricardo, che si butta a capofitto nello studio delle lingue e nel lavoro di interprete per perseguire, tanace, il proprio obiettivo: vivere a Parigi. 

Un uomo tranquillo, un niño bueno,  che conduce una vita tranquilla, appena toccata dalle follie, gli ideali, i colpi di testa altrui. Un uomo tranquillo che vive per la sua niña mala un amore assurdo, illogico, irrazionale, insensato, incomprensibile, che lo accompagna dall'adolescenza all'età adulta.

"Per tutti quanti è più difficile vivere nella verità che nella menzogna. Ma anche di più per qualcuno nella sua condizione. Le costerà molto abituarsi di nuovo alla verità".


Un romanzo intenso e piacevole, che percorre la seconda metà del '900 tra Europa e America Latina, tra rivoluzioni fallite e colpi di stato riusciti, e vede la nascita ed il crollo di ideali e speranze.
Coincidenze improbabili, la fantasia del racconto si fonde con la realtà del periodo storico. 
Narrazione lucida e distaccata, stile scorrevole.



martedì 10 maggio 2016

CHI E' MORTO ALZI LA MANO - Fred Vargas

Un romanzo giallo intrigante e divertente.
Particolarmente piacevole lo stile dell'autrice, e molto originale la caratterizzazione dei personaggi. 

Tre giovani ricercatori, tre storici "nella merda", ragazzi molto particolari, che si muovono e parlano in modo personalissimo.

"[...] E che cavolo, possibilie che non hai mai freddo?"
"Non sono nudo, ho i sandali" - rispose pacatamente Mathias

Lo zio e "padrino" di uno di loro, che li ha ironicamente battezzati "i tre evangelisti", per via dei loro nomi: Mathias (Matteo), Marc (Marco), Lucien (Luca).  

E' un giallo, molto altro non si può dire. Un mistero che prende l'avvio da una curiosa apparizione, un mattino, in un giardino.

Il resto è da gustare. Mistero e divertimento ben miscelati. Piacevolissima e rapidissima lettura. Un giallo che si mangia in meno di un giorno.


lunedì 9 maggio 2016

PARIS KEBAB - Marco Trucco

Un romanzo crudo, trama attualissima.
Protagonista e narratore è un ragazzo, un giovane fratello islamico. Allontanato dallla famiglia ancora bambino, lascia il Marocco. Viene raccolto e protetto ad Algeri da un Imam, che dopo averlo istruito lo invia in Francia.
Raggiunge Parigi, giovane adulto duro e deciso, ingenuo e sprovveduto.

Protagonista di questo lucido ed intenso romanzo è anche la guerra totale dell'Islam, con la sua "organizzazione internazionale [...] al di sopra degli Stati e delle Istituzioni".
Una guerra spietata, come tutte le Guerre, ma diversa nelle modalità di azione, perché l'esercito di questo Stato si muove nell'ombra, mescolandosi alla gente comune, in tutto il Mondo.
Una guerra con le sue ragioni e le sue contraddizioni, i suoi pretesti che servono a convincere e reclutare la truppa. Ed i suoi generali e strateghi che non si sporcano le mani e una coscienza non ce l'hanno.
Vittime e carnefici si sovrappongono fino a coincidere, e rappresentano due facce di una stessa medaglia, due volti di una stessa persona. 

Narrazione impietosa e distaccata, che coglie la molteplicità di sentimenti che muovono le persone. Interessante il punto di vista di un giovane islamico a Parigi, che vive e fa rivivere la sua storia passata e presente. Interessanti le sue ingenue riflessioni, le sue spinte emotive e concrete.

Questo racconto a cavallo tra realtà e fantasia propone a chi legge una riflessione sulle motivazioni e le spinte che inducono i singoli ad agire per conto proprio o di altri, apre interrogativi sul rapporto tra l'individuo e l'organizzazione, lo Stato, la comunità cui appartiene o sente di appartenere. 
E' interessante da questo punto di vista. 

"Lungo la strada non facevo altro che pensare [...] al valore che hanno gli affetti se sull'altro piatto della bilancia si pesano denaro e benessere".

"E' sorprendente come si cerchi nel disagio ciò che al contrario è organizzazione e metodo. I margini della società per gli occidentali sono il seme della morte; lo sconosciuto, uno spettro. Nella familiarità non guardano, non vedono grazie al velo di Allah.
Ci vorrà molto tempo prima che capiscano che bisogna alzare lo sguardo e guardare dritto negli occhi quelli che sembrano porci come loro."

"Quando non capisci e tutto ti precipita attorno, stai veramente male. Ti viene da impazzire, il tuo cervello vuole andarsene, non è un grado di comprendere il perché di tutto ciò che ti sta succedendo".  

"Cosa vuoi raccontare! Siete tutti uguali, parlate di pace e uccidete per il denato e il potere. Bush e Bin Laden dicono la stessa cosa, vogliono eliminare il male nel mondo. Cos'è il male se non l'uomo che compie gesti efferati nei confronti di un altro uomo?"

"Cosa resta di noi, se non il ricordo di ciò che siamo sembrati agli altri? Ideali, religione, pelle e sapere sono solo dettagli che ci paiono montagne e costruiscono il concetto di differenza tra uomo e uomo." 

"Comprendeva come fosse necessario offrire qualcuno da odiare. Doveva cercare di dare un nemico da combattere ai media [...]"
 
Il male che genera male, in un circolo vizioso per interrompere il quale serve un punto di vista diverso, una chiave di lettura completamente nuova. Che sembra non voler essere cercata. 

Qualche refuso nel testo, qualche errore di stampa, che non impedisce comunque di apprezzarlo. 

Un romanzo di piacevole e scorrevole lettura, nonostante e forse proprio per, il contenuto non facile da affrontare.








martedì 3 maggio 2016

INSCIALLAH - Oriana Fallaci

Pesante, questo romanzo. Pesante e duro, eppure molto bello.
L'assurdità della guerra, che è tale anche se camuffata da "operazione di pace".

La Fallaci si beffa di chi la guerra la fa, i suoi soldati sono caricature, sono goffi, sono ridicoli, sono sanguinari, sono sciocchi, sono strateghi, e sono tremendamente umani. 

I soldati odiano la guerra.
I soldati amano la guerra.
Uomini raccontati attraverso la guerra. 

Che dire di questo romanzo. Faticosa la lettura, soprattutto quando i personaggi si esprimono in lingue diverse, compresi diversi dialetti italiani, e pure in latino, e di seguito Fallaci traduce. Difficile seguire il corso dei pensieri di questi personaggi che sono insieme reali e inventati.

Eppure è un libro che si legge volentieri, che non si vuole lasciare a metà. 

Il contingente italiano in Libano, è a Beirut ufficialmente per una "missione di pace". Ma è un nome che si da agli interventi militari per non spaventare i soldati, le loro famiglie, per tenere quieta l'opinione pubblica. Missione di pace.
Andiamo, armati fino ai denti, a portare la pace. E quanto stupore, quando si scopre di essere invece in piena guerra. Con il richio concreto di non tornare a casa vivi.

"La prossima guerra non sarebbe scoppiata tra ricchi e poveri: sarebbe scoppiata tra guelfi e ghibellini cioè tra  chi mangia carne di maiale e chi non la mangia, chi beve il vino e chi non lo beve, chi biascica il Pater Noster e chi frigna l'Allah russillallà" - Pistoia, si torna alle Crociate, Pistoia, borbottava sempre Gassàn. E a volte aggiungeva - O ci siamo già tornati?

"Se hai il cuore a pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgon neanche. Eppure il dolore dell'anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle provocate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare".

"Gli era parsa così irreale la frase siamo-alla-guerra-qui. Perchè malgrado i film sul Vietnam e i giornali e i mesi di addestramento in caserma, non riusciva cogliere il significto della parola guerra. Non riusciva a capire che roba fosse. Stanotte sì, invece. Poteva dirlo che roba è. E' una malattia che sciupa dentro, un cancro che si mangia il cuore, una lebbra che imputridisce l'anima e induce la gente a far cose che in pace non farebbe mai". 

Un impietoso racconto che attraverso personaggi e comparse fornisce uno spaccato della vita alla guerra. Una descrizione della stupidità umana, dell'inutilità dell'essere e dell'amare di fronte all'inganno, la rabbia, l'odio cieco.
Con la sua proverbiale durezza l'autrice ricorda che la guerra è un gioco stupido e assurdo, dalla quale non si esce vincitori mai.